Paolo Isotta,  uno tra i più grandi ed amabili uomini di cultura del nostro tempo è il primo studioso ad occuparsi nella sua ricerca del rapporto fra il Poeta di Sulmona e la musica. Nel suo libro, 
La dotta lira. Ovidio e la musica, Isotta spiega che sia Le metamorfosi che I Fasti sono il più esteso catalogo mitologico della poesia occidentale, tanto che si può correttamente affermare che neanche Omero e Virgilio hanno influenzato le arti della figura quanto il Poeta di Sulmona.
Dall’Orfeo di Poliziano (Mantova, 1480) alla Dafne di Strauss, 1938 (la ninfa che, ghermita da Febo, si trasforma in alloro), un filo ininterrotto lega Ovidio all’opera lirica sinfonica, al “melologo”, alla cantata, al concerto, alla sonata.

Monteverdi, Cavalli, Scarlatti, Pergolesi, Porpora, Händel, Gluck, Dittersdorf, Haydn, Berlioz, Liszt, Offenbach, Suppè, fino a Strauss, sono i principali nomi toccati.

L’ultimo capitolo del libro è dedicato a Dafne. Isotta ci mostra che più di trent’anni prima, in Alcyone, Gabriele d’Annunzio ha rievocato in versi lo stesso mito, e con un virtuosismo e una profondità nella riflessione e rimeditazione sul mito che lo rendono pari allo stesso compositore. Strauss e D’Annunzio, divisi da un odio reciproco, diventano fratelli nell’arte, grazie ad Ovidio?

In conclusione possiamo senza dubbio affermare che Paolo Isotta, con un poderoso apporto di conoscenze e riflessioni, definisca Ovidio, con le sue Metamorfosi e i suoi Fasti, uno dei più grandi suscitatori di altre arti che la storia delle idee ricordi.

Orfeo, per esemplificare, viene rievocato nei suoi vertiginosi trapassi da Monteverdi, nel magnifico secondo capitolo, al barocco francese di Charpentier, a Gluck fino alla stravolgente rielaborazione satirica dell’Orphée aux Enfers di Offenbach e, più avanti ancora, al Novecento ultimo . Per giungere a quel Maestro del ricapitolare l’Occidente fino alle sue fonti che fu Richard Strauss. Strauss il quale sempre agisce, su Isotta,come una corrente ascensionale che porti un aliante a veleggiare nella sua quota di elezione. Dafne con cui l’excursus storico di Isotta ha avuto inizio . 

Dafne che sorge come un germoglio dal sottoterra senza tempo del mito, risorge come figura poetica con Ovidio nelle Metamorfosi e sembrerebbe rinascere, per un’ultima volta che non sarà l’ultima, alla fine di un intero ciclo storico. Con Richard Strauss,appunto, il quale segna il punto e il pathos terminale di un’intera, lunga stagione dell’Occidente. Eppure, quasi l’autore non volendo, la sua prosa finisce talvolta nello sfociare, per interne sottigliezza e forza espressiva, in un ridare vita alle figure del Mito svelandone, sotto una nuova luce, sfaccettature profonde e inesplorate. Con il che alcune pagine di Isotta sembrano fare parte esse stesse, a buon diritto, dell’infinita vicenda di resurrezione e variazione che caratterizza il ritornare a noi delle figure mitiche. 

Il grande psicanalista junghiano Hillmann, riguardo la presa esercitata su di noi dal Mito,ha teorizzato intorno a una «vana fuga dagli dei», al cui ascendente numinoso, alla cui presenza risulta impossibile o deviante sottrarsi. E qui, a proposito di un saggio dall’impianto musicologico quale quello di Isotta, il termine «fuga» può valere, a buon diritto, sia nell’accezione di allontanamento che in quella di variazioni, rimodulazioni,reinvenzioni rispetto ad un tema. 

A ragione Isotta considera il mito rivissuto in poesia di Ovidio come una inesauribile, inesausta matrice. Una matrice in grado di generare motivi ispiratori per due millenni di letteratura, arti figurative e musica (sulla scorta del Maestro Praz, Isotta tiene sempre ferma questa visione unitaria della trama intrecciata, fra loro, dalle arti).


P. Isotta, La dotta lira. Ovidio e la musica, Venezia, 2018, pp. 426

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