Se da un lato, i nativi digitali, grazie ai nuovi media, hanno sviluppato degli innovativi schemi cognitivi di percezione che li portano ad utilizzare la tecnologia in maniera del tutto spontanea e disinvolta per risolvere i normali problemi della vita quotidiana, da un altro, non si può fare a meno di confrontarsi con gli effetti negativi che questo nuovo approccio procura nei nativi digitali.

Il fatto di dover interagire attraverso un medium ha alterato, in negativo, le modalità di percezione delle emozioni da parte degli individui. Ciò non è un elemento trascurabile poiché ad esso fanno capo gli stili relazionali che ciascuno mette in pratica nella vita sociale. Un’incapacità nella percezione della propria componente emotiva porta a dei comportamenti spesso disfunzionali.

Se da un lato, possiamo tranquillamente sostenere che il mondo digitale, dai video ai videogiochi, sono diventati gli spazi preferiti dove i giovani sperimentano le emozioni, dall’altra non possiamo fare a meno di notare che le emozioni che si sperimentano nell’interazione digitale sono molto diverse da quelle che si sperimentano con l’interazione faccia a faccia.

Tale situazione porta a delle conclusioni paradossali. Infatti se è vero che il nativo digitale è esposto, attraverso i nuovi media, a provare molte e più forti emizioni rispetto alle generazioni precedenti, è anche  paradossalmente accertato che è meno capace di gestire le proprie emozioni e riconoscere quelle degli altri. Le emozioni, pur provandole, non diventano proprie di colui che osserva uno schermo, poiché sono altre rispetto al proprio corpo visto che la visione 2d fa perdere molto in termini di comunicazione non verbale.

La capacità di riconoscere le emozioni passa dal corpo degli altri, e questo ce lo hanno insegnato le scienze cognitive con la scoperta dei “neuroni specchio”. In poche parole il nostro cervello è fatto in modo che un individuo, nel vedere un altro soggetto che sperimenta delle emozioni, attraverso i neuroni specchio, attiva le stesse aree come se l’esperienza la stesse vivendo egli stesso stesso.

Tuttavia in molti dei contenuti che caratterizzano i media digitali, il corpo dell’altro non è immediatamente percepibile. Infatti una cosa è parlare con un amico di persona, un’altra e farlo attraverso una chat. Chi è dietro ad uno schermo può benissimo celare le proprie emozioni, cosa che risulterebbe difficile se l’altro avesse la possibilità di guardarlo negli occhi.

Oggi facilmente ci si ingiuria via social o messaggistica istantanea, questo perché non abbiamo l’interlocutore davanti e quindi non siamo esposti a condividerne lo stato emotivo che invece subiremo in un normale contesto sociale, dove ci sentiremmo in dovere di moderare le parole e i gesti.

Proprio la mancanza di fisicità nei rapporti mediati dal mondo digitale, porta gli individui a mostrare uno scarso allenamento alla percezione delle proprie emozioni e di quelle altrui, favorendo una grave disfunzione che prende il nome di “analfabetismo emotivo“.

La mancanza di consapevolezza e di controllo delle proprie emozioni e dei comportamenti ad esse associati e delle ragioni per cui si provano determinate emozioni, porta a non essere capaci di relazionarsi con le emozioni altrui, poiché non vengono né riconosciute, né comprese. Pertanto non si riescono a leggere i comportamenti che da esse scaturiscono.

Molti ricercatori hanno visto proprio in questo fenomeno la causa del bullismo e delle dipendenze, fenomeni diffusi nelle nuove generazioni. L’incapacità di riconoscere le proprie emozioni può quindi portare al disinteresse emotivo e, in estremo, alla psicopatia.

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