Le idee centrali, contenute in questa ricerca, furono annunciate al pubblico per la prima volta nel settembre del 1969, in una conferenza tenuta dallo stesso julian Jaynes a Washington. La domanda a cui il libro vuole rispondere sembrerebbe pretenziosa, ancora per i nistri tempi: “Che cos’è la coscienza?”.  Julian Jaynes, psicologo sperimentale di formazione, accenna in questo libro una risposta davvero nuova all’antico quesito. Attraverso un argomentazione fine ed attenta, l’autore ci conduce in vaiaggio appassionante attraverso la storia della coscienza, cercando di farci comprendere  cosa essa è e come è nata, in una rete di conoscenzeche vanno dalla neurofisiologia alla teoria del linguaggio e alla storia. Si parte dalla divisione del cervello in due emisferi; uno solo di tali emisferi (generalmente il sinistro) presiede al linguaggio e domina la vita cosciente.

Qual è dunque la funzione dell’altro emisfero, congiunto da molteplici rapporti all’emozione? La tesi di Jaynes è che l’emisfero destro sia stato il luogo da cui provenivano le voci degli dèi e che la struttura della “mente bicamerale” spieghi la nostra irriducibile divisione in due entità: divisione che un tempo fu quella fra “l’individuo e il suo dio”. La coscienza sarebbe dunque una forma recente, che si distacca dal fondo arcaico della “mente bicamerale”. Attraverso un’avvincente analisi ricca di testimonianze letterarie e archeologiche, soprattutto mesopotamiche, greche ed ebraiche, Jaynes ricostruisce il profilo della “mente bicamerale” in quanto fonte dell’autorità e del culto, quale si è manifestata nella storia delle grandi civiltà. Un’altra forma della mente, nel corso della storia, prenderà il suo posto dopo un “crollo” dovuto a fattori interni ed esterni.

Tale crollo separa per sempre il mondo arcaico da quello che diventerà il nostro. È questo il punto in cui Jaynes pone “l’avvento della coscienza” (intesa nel senso moderno), ultima fase di un lungo processo di “passaggio da una mente uditiva a una mente visiva”. Ma la bicameralità della mente non per questo scompare: tutta la storia è traversata da una nostalgia verso un’altra mente, tutta la nostra vita psichica testimonia numerosi fenomeni, dalla possessione alla schizofrenia, che a quell’altra mente rinviano. Ciò che noi chiamiamo storia è “il lento ritrarsi della marea delle voci e delle presenze divine”.

Ma la nostra mente a quelle voci e presenze continua a riferirsi, anche se non sa più come nominarle e ascoltarle. La dominanza dell’emisfero linguistico non riesce a cancellare l’altra metà del cervello. Così la coscienza continua a essere, come scrisse Shelley a proposito della creazione poetica, «un carbone quasi spento, che una qualche influenza invisibile, come un vento incostante, può avvivare dandogli un transitorio splendore», anche se «le parti coscienti della nostra natura non sono in grado di profetizzare né il suo approssimarsi né la sua partenza». Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza apparve per la prima volta nel 1976.

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