I primi monaci cristiani erano eremiti che vissero nel quarto secolo d.C., nelle zone più remote dello sterile deserto egiziano. Un documento di quell’epoca (Waddell 1957, p. 57) afferma che «una volta un certo fratello portò un grappolo d’uva al santo Macario», uno degli eremiti. Ma l’eremitache, in virtù dell’amore, non pensava alle sue cose ma solo alle cose degli altri, lo portò a un altro fratello, che sembrava più debole. E il malato ringraziò Dio per la generosità del suo fratello, ma anch’egli, pensando più al suo prossimo che a se stesso, lo portò a un altro, e quello ancora a un altro, e così quello stesso grappolo d’uva fu portato in giro per tutte le celle, sparse come erano a grandi distanze per tutto il deserto, e siccome nessuno sapeva chi lo avesse mandato per primo, fu portato alla fine al primo donatore.

I Padri del deserto, come gli yogin indiani contemporanei sulle cime dell’Himalaya, cercavano l’isolamento del deserto più aspro per entrare in comunione con Dio liberi dalle distrazioni mondane. Le pratiche di meditazione e le regole di vita di questi primi monaci cristiani hanno forti somiglianze con quelle dei loro confratelli induisti e buddhisti: benché Gesù e i suoi insegnamenti fossero la loro ispirazione, le tecniche meditative adottate per trovare il loro Dio suggeriscono una derivazione dall’Oriente o una riscoperta spontanea. Le modalità di comportamento dei Padri del deserto influenzano il monachesimo cristiano fino ad arrivare ai nostri tempi; il loro amore altruistico rimane un esempio guida.

Il costante ricordo di Dio – a differenza di quello della bhakti e cabalista – è stato fin dall’inizio la colonna portante della devozione cristiana, benché l’uso moderno dei grani del rosario sia solo il debole rimasuglio di una memoria ben più nobile. Thomas Merton (1960) osserva che quella che è oggi la pratica della «preghiera» nelle chiese cristiane non è che l’unica sopravvissuta di una gamma di pratiche contemplative più intense. I Padri del deserto meditavano con la ripetizione verbale o silenziosa di una singola frase delle Scritture, l’equivalente cristiano del mantra. La più popolare era la preghiera del pubblicano: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, che sono un peccatore». Nella sua forma breve, Kyrie eleison, era ripetuta silenziosamente nel corso della giornata «finché non diventava spontanea e istintiva come il respiro».

I Padri del deserto enfatizzavano la purezza, e i loro atti ascetici sono leggendari; tra i più noti, quello di San Simeone lo Stilita, che visse trent’anni in cima a una colonna. Come nel Visuddhimagga, la purificazione veniva usata per favorire la concentrazione; nelle parole di uno dei Padri, «l’anima, se non è purificata da pensieri estranei, non può pregare Dio nella contemplazione». Un precetto a corollario di ciò è quello per cui la vita nel mondo ha valore solo nella misura in cui rifletta una vita interiore di pratica contemplativa. Lo spirito di questa tradizione, preservato nei moderni ordini monastici come quello dei trappisti benedettini, è bene riassunto dal santo abate Doroteo, un antico Padre del deserto, nel dare indirizzi sull’esercizio spirituale (Kadloubovsky-Palmer 1969, p. 161):

Per tutto ciò che devi fare, anche se è molto urgente e richiede molta cura, non vorrei vederti discutere o agitarti. Per una calma sicura, sappi che ogni cosa che fai, sia grande o piccola, è solo un ottavo del problema, mentre mantenere indisturbata la propria condizione, persino se con ciò si dovesse mancare di adempiere al compito, rappresenta gli altri sette ottavi. Così, se sei impegnato in un qualche compito e desideri farlo alla perfezione, cerca di compierlo – il che, come ho detto, sarebbe un ottavo del problema e allo stesso tempo di conservare illeso il tuo stato – il che costituisce i sette ottavi. Se, tuttavia, allo scopo di compiere il tuo dovere fossi inevitabilmente trascinato via e danneggiassi te stesso o qualcun altro nel discutere con lui, non dovresti perdere sette ottavi per salvare un ottavo.

Una tradizione importante nata dalle pratiche dei Padri del deserto, praticamente perduta nel cristianesimo occidentale, si è invece mantenuta, con pochissimi cambiamenti, nell’ortodossia orientale fino al primo millennio della cristianità. Si tratta della pratica della preghiera di Gesù. La sua ripetizione adempie al comandamento di San Paolo di «pregare sempre». I primi Padri la chiamarono «l’arte delle arti e la scienza delle scienze», che conduce il meditatore verso la più alta perfezione umana. Questa tradizione è conservata nella collezione degli antichi scritti cristiani conosciuti come la Filocalia (Kadloubovsky-Palmer 1971), che furono tradotti dal greco in russo a cavallo di questo secolo sulla scia di un revival della pratica in tutta la Russia (French 1970).

La pratica della preghiera sviluppa il potere di concentrazione. Come nella bhakti induista, i prerequisiti per il successo sono «umiltà genuina, sincerità, sopportazione, purezza». Esichio di Gerusalemme, vissuto nel quinto secolo, un contemplativo che praticava l’ascesi mediante l’invocazione del nome di Gesù (conosciuta ora nell’Occidente come esicasmo), descrive la preghiera come un’arte spirituale che libera completamente da pensieri e parole passionali, da gesti maligni, e dona una «sicura conoscenza del Dio Sconfinato». La pratica della preghiera porta purezza di cuore, il che è lo stesso che «custodire la mente, mantenerla perfettamente libera da tutte le fantasie» e da tutti i pensieri. La via a questa purezza fa costantemente appello a Cristo, con perfetta attenzione, resistendo a tutti gli altri pensieri. Esichio descrive i pensieri come «nemici senza corpo e invisibili, maliziosi e intelligenti nel danneggiarci, abili, svelti e esperti in guerra», che penetrano in noi attraverso i cinque sensi. Una mente caduta preda dei sensi o di un pensiero è lontana da Gesù: superare la coscienza sensibile e svuotare la mente è essere con Lui.

Tra le «direttive agli esicasti» si raccomanda di trovare un maestro che abbia in sé lo spirito. Una volta trovatolo, il meditatore si dedica al suo maestro, obbedendo a tutti i suoi comandi. Altre direttive includono l’isolamento in una cella tranquilla, poco illuminata, mangiare solo quanto basta a sopravvivere, il silenzio, il pieno assolvimento dei rituali ecclesiastici, il digiuno, la veglia e, la cosa più importante, la pratica della preghiera.

La Filocalia cita San Nilo: «Colui che desidera vedere cosa sia veramente la sua mente deve liberare se stesso da tutti i pensieri; poi la vedrà come uno zaffiro o il colore del cielo». Le sue istruzioni per quietare la mente specificano che bisogna sedersi su uno sgabello basso nella solitudine della propria cella appena svegli, e per un’ora (o più, se si è in grado) «raccogliere la mente dal suo consueto volteggiare e vagare all’esterno, e tranquillamente condurla nel cuore attraverso il respiro, cadenzando su di esso questa preghiera: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me!”». Quando, con la pratica, diventa possibile pregare con perfetta concentrazione, «allora, abbandonando il molteplice e il vario, ci uniremo all’Uno, al Singolo e all’Unificante, in un’unione diretta che trascende la ragione» – presumibilmente, in uno jhana.

La preghiera non deve essere limitata a sessioni specifiche, ma praticata senza distrazione nel pieno di ogni attività, in modo da arrecare purezza all’attività mondana. Il monaco che abbia conquistato questa abilità ha la statura di Cristo, perché gode di perfetta purezza di cuore. L’obiettivo degli sforzi compiuti dai Padri del deserto era quello che Merton chiama uno «stato di non-luogo e non-mente» – una condizione conosciuta con il nome di quies, letteralmente «riposo» – avendo il monaco perduto ogni preoccupazione per il suo sé limitato. Combinate alla vita ascetica nel deserto, queste pratiche di preghiera, secondo le parole di Merton, «permettevano al vecchio sé superficiale di essere sgombro e favorivano la graduale comparsa del vero, segreto sé in cui il credente e il Cristo erano “un solo spirito”». Sant’Isacco (Kadloubovsky-Palmer 1971, p. 213) commenta che chi abbia raggiunto uno stato di preghiera spontanea e costante ha raggiunto il culmine di tutte le virtù, ed è divenuto la dimora dello Spirito Santo. Quando lo Spirito Santo viene a vivere in un uomo, costui non smette mai di pregare, perché allora lo Spirito Santo prega costantemente in lui. Nel mangiare o nel bere, nel dormire o nel fare qualcosa, persino nel sonno profondo il suo cuore esprime senza sforzo l’incenso e i sospiri della preghiera.

I temi della purificazione, della meditazione profonda e infine della loro fruizione nella purezza spontanea e nella costante reminiscenza di Dio non sono peculiari degli esicasti dell’ortodossia orientale, ma sono anzi assai diffusi nelle tradizioni contemplative cattoliche. Sant’Agostino, per citarne uno, sosteneva queste stesse pratiche di base. Per di più, la somiglianza tra l’ingresso nello jhana e l’unione con l’Uno della mistica cristiana è chiara nelle Confessioni di sant’Agostino. Il santo africano propugnava un lungo processo di negazione di sé, di conquista di sé, e la pratica della virtù come preparazione per «l’ascesa al la contemplazione di Dio». Solo un’autodisciplina ascetica di tal genere può determinare la ristrutturazione del carattere, prerequisito per l’ingresso negli stadi più alti della vita spirituale. Agostino insiste nel dire che non prima di divenire «purificato e risanato», il monaco può cominciare la pratica vera e propria di quella che lui chiama «contemplazione». La contemplazione stessa comporta «raccoglimento» e «introversione». Raccogliersi è concentrare la mente, bandire tutte le immagini, pensieri e percezioni sensoriali. Dopo aver svuotato la mente di tutte le distrazioni, l’introversione può cominciare; essa concentra la mente sulla sua parte più profonda, in quello che è visto come il passo finale prima che l’anima trovi Dio: «La mente si astrae da tutti i sensi corporei, in quanto la interrompono e la confondono con il loro frastuono, allo scopo di vedere sé stessa in sé stessa». Con questa visione, l’anima arriva a Dio «in sé e al di sopra di sé». Agostino descrive il riflesso fisico dello stato indotto da questa esperienza in termini simili a quelli del quarto jhana del Visuddhimagga (Butler 1966, p. 50):

Quando l’attenzione della mente è interamente distolta e allontanata dai sensi corporei, è chiamata estasi. Allora qualunque corpo sia presente, non è visto con gli occhi aperti, né alcuna voce è udita. E uno stato a metà strada tra il sonno e la morte: l’anima è rapita in modo tale da essere allontanata dai sensi corporei più che nel sonno, ma meno che nella morte.

La Regola per monasteri di san Benedetto, tuttora in vigore, descrive questa progressione secondo gradi di «umiltà» o purezza. Al dodicesimo e più alto grado, il monaco non solo sembra sotto tutti gli aspetti dimesso, ma ha anche una genuina umiltà interiore. La sua umiltà deriva da un costante pensiero molto simile alla preghiera del pubblicano: «Signore, sono un peccatore, indegno di sollevare lo sguardo verso il cielo». A questo punto, l’autodisciplina che in origine richiedeva sforzo diviene spontanea (Doyle 1948, pp. 28-29):

Dopo aver salito tutti questi gradini di umiltà, pertanto, il monaco giungerà subito dopo a quell’amore perfetto di Dio che esclude la paura. E tutti quei precetti che all’inizio egli aveva osservato non senza paura, ora comincerà a osservarli in ragione di quell’amore, senza alcuno sforzo, come se fossero naturali e consueti. Non sarà più suo motore la paura dell’inferno, ma piuttosto l’amore di Cristo, la buona abitudine e il piacere nelle virtù che il Signore si degnerà di manifestare per mezzo dello Spirito Santo nel Suo servo, ora purificato da peccato e da colpa.

tratto da D. Goleman, La forza della meditazione

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