Guardando da una postazione privilegiata, grazie al lavoro che svolgo, posso dire che le nuove generazioni che si apprestano ad affacciarsi sul mondo dell’università o del lavoro stanno vivendo un momento allo stesso tempo eroico e frustrante. Il clima di sconforto che ormai si è istaurato nell’Italia contemporanea, vittima della crisi dei suoi stessi valori che l’avevano resa culla della civiltà occidentale, sta delineando delle generazioni di individui disillusi e anestetizzati a qualsiasi iniziativa di cambiamento. Eppure il momento dovrebbe essere eroico! Questo sarebbe il momento di pretendere un cambiamento, di prendere la propria vita tra le mani e decidere del proprio futuro.

 

Spesso però come avviene nei miglior romanzi della tradizione marinaresca, non sempre i marinai possono scegliere quando far partire la nave, l’unica cosa che l’esperienza sul mare ha insegnato loro è che timore e avventura camminano di pari passo. Così queste nuove generazioni si trovano a mettere il vascello in acqua proprio nel momento della bufera. Quanta sarà la paura che dovranno affrontare? Forse vale la pena aver paura, ma tanto quanto basta per dare una scarica di adrenalina ed affrontare la vita con vigore, attuando attente valutazione e scelte risolute. Il pericolo però è che la paura dia un esito differente, adombri i sensi ed anestetizzi il vigore e l’intraprendenza. Così da una formidabile tempesta si passa alla percezione di una stancante bonaccia, la stessa in cui incorrevano i marinai, che se protratta a lungo dura quanto una vita, scarna di emozioni e tiepidamente vissuta. Certo è che a questi giovani non gli si offra nulla, sono costretti a mendicare un occupazione, anzi avvolte anche solo un minimo di attenzione. Questi “bamboccioni”, così qualcuno li ha definiti, passeranno all’età adulta senza più percepire la tempesta in cui si erano trovati nel mentre calavano le scialuppe in mare. Avremo così, come già accade, delle gioventù allungate fino all’inverosimile, in cui il tetto familiare viene percepito come unico luogo di vita e di sostentamento, ovvero l’occhio del ciclone in cui vivere una surreale bonaccia. Allora che consiglio dare? Cosa possiamo fare per i ragazzi di oggi futuri adulti di domani?

 

La paura può diventare una grande virtù, a patto però di saperla gestire e farla fruttare! Non accontentiamoci delle piccole virtù, come sosteneva Natalie Ginzburg, non facciamo della paura un valore di prudenza se non per evitare rischi stupidi. Osiamo, come fanno gli uccelli, vinciamo la paura del vuoto ed iniziamo a volare, la vita ci appartiene e non lasciamo che agli altri decidano per noi. Certamente la scuola e la famiglia dovrebbero insegnare ai bambini e ai ragazzi a vivere e non soltanto inculcare in loro la necessità di trovare e mantenere un lavoro, poiché non siamo nati per correre su una ruota come un criceto, ma per essere felici. Gli insegnanti non devono fornire solo nozioni, ma devono trasmettere agli alunni tutti quegli strumenti che permettano loro di esprimere i propri doni unici. Quale alunno avrà più successo in un futuro? Quello che avrà saputo rispondere bene a dei test o quello che ha sviluppato una propria sicurezza  personale grazie ai continui stimoli positivi familiari e scolastici? Sicuramenti mettere in risalto il meglio di una persona e correggerne amorevolmente i difetti contribuisce a plasmare una personalità coerente e sicura del proprio agire. Molto spesso però quest’armonia e serenità manca negli stessi educatori che invece di essere fari illuminanti per i propri allievi, diventano untori di ansie e frustrazione, contagiose al pari dei virus influenzali. Quale futuro allora?

 

Finché non ci si renderà conto che un insegnante modella l’anima dei propri alunni, non si potrà mai avere un inversione di tendenza, né pretendere che una nazione si evolva dal punto di vista culturale, sociale ed economico. Insegnare non è solo un posto di lavoro, ma che piaccia o no, come del resto tutte le professioni, è una vocazione. O si ama ciò che si fa o si cambia aria, il materiale su cui si lavora è troppo importante. Mancano sicuramente strutture idonee e stimoli psicologici e materiali per far bene il proprio lavoro, allora perché accontentarsi? Bisogna sempre pretendere di essere rispettati a livello di dignità personale e capacità professionale, mai accontentarsi e farsi convincere; altrimenti… il diluvio!

G. D.S.

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