Una questione centrale che da decenni è al centro del dibattito di diverse scuole di linguistica è quella che riguarda il fatto se sia la lingua a influenzare il pensiero o è il pensiero ad influenzare la lingua. La prima affermazione è nota come relativismo linguistico, la seconda come universalismo linguistico.

Già il filosofo inglese John Locke notava che in una lingua “ci sono un gran numero di parole che non hanno nessun corrispettivo con quelle di un’altra lingua“, questo perché le parole sono il risultato di costumi e modi di vivere delle persone. Da questo deriva che ogni lingua riflette una diversa visione del mondo ovvero come sosteneva il romanticismo tedesco (cfr. Johann Gottfried Herder e Wilhelm von Humboldt), una diversa Weltsicht. Questa concezione è stata poi portata in America dal fondatore dell’antropologia culturale e linguistica, Franz Boas. In America la sua scuola venne a contatto con lingue e culture particolarmente diverse da quelle europee. Vi erano grandi differenze già se si considerava la sola area lessicale, infatti Edward Sapir (Cultura, linguaggio e personalità, 1972, p. 29 [ed. or. 1949] notava che “delle distinzioni che a noi sembrano inevitabili possono essere completamente ignorate in lingue che riflettono un tipo di cultura completamente differente, mentre tali lingue insistono, a loro volta, su distinzioni che sono del tutto incomprensibili per noi”. Già negli anni trenta era stato osservato da Luria e Vygotsky, che le comunità autoctone lapponi della Norvegia settentrionale, avevano un vocabolario particolarmente sviluppato per indicare per esempio razze di renne, oppure la renna di un anno, di due, di tre, di quattro, di cinque, di sei, di sette anni; venti parole per indicare il ghiaccio e 11 per il freddo; 41 per la neve nelle sue diverse forme; 26 verbi per indicare la congelazione e il disgelo, ecc. (cfr.Aleksandr Lurija, Lev Vygotskij,”La scimmia, l’uomo primitivo, il bambino” 1987, p. 99).

Quando gli antropologi iniziarono ad interessarsi agli usi e ai costumi dei nativi americani, si imbatterono nei loro sistemi linguistici, questo incontro determinò un cambio di paradigma nello studio e nella visione delle lingue. Alcune lingue erano prive di categorie familiari alle lingue europee come nome e verbo, nomi di massa e numerabili, tempo verbale e caso, ma mostravano un gran numero di distinzioni che risultavano esotice agli occhi dei linguisti occidentali. Per esempio avere funzioni linguistiche che denotano l’accadimento di un evento a Nord o a Sud, a Est o a Ovest, il tipo di conoscenza che un parlante trasmette, se è frutto di un osservazione diretta, deduzione o sentito dire, o la visibilità o meno di una cosa. Sapir fece notare che per esempio il Nootka per dire “la pietra cade” non ha nessun sostantivo che si equivalga a “pietra”, ma usa solamente una forma verbale composta da due elementi, uno che viene applicato ad un oggetto o una pietra che compie un movimento ed un secondo per la direzione verso il basso. Così la traduzione letterale suonerebbe “pietra sotto” (intendendo pietra come verbo alla terza persona singolare diciamo di un verbo *”pietrare”) tradotto in italiano “la pietra cade” (cfr.  David G. Mandelbaum (ed.), “Selected Writings of Edward Sapir in Language, Culture and Personality“, 1958, pp. 157-159).

Alla luce di esempi come questo è difficile non trarre la conclusione che le diverse categorie grammaticali, delle diverse lingue, inducano i parlanti di ciascuna lingua a concepire il mondo in maniera diversa. Questo modello di comprensione è noto come “ipotesi di Sapir-Worf” (fu proprio Benjamin Lee Worf ad usare per primo il termine “relativismo linguistico“). Tale ipotesi ha subìto numerose critiche da una nutrita schiera di studiosi che non condividevano affatto che una lingua potesse influenzare il pensiero e una delle prove che portavano a riguardo era che nessuno aveva fornito prove plausibili che facessero avallare tale ipotesi. Recentemente però gli studi di Choi e Bowerman (Choi, S., Bowerman, M., “Learning to express motion events in English and Korean: The influence of language-specific lexicalization patterns“, 1991) e Bowerman (Bowerman, M.,” The origins of children’s spatial semantic categories”, 1996), in riferimento al linguaggio infantile, hanno dimostrato che bambini di 20 mesi, età in cui iniziano a parlare, sia di lingua inglese che di lingua coreana, reagiscono in modo abbastanza differente ad operazioni specifiche richieste. L’esperimento fa ritenere che la diversità di risposta nella svolgere le operazioni richieste ai bambini, appartenenti ai due gruppi linguistici, è dovuta proprio al diverso schema del linguaggio di appartenenza.

In un altro studio condotto da John Lucy sono mostrate le differenze peculiari del modo in cui gli anglofoni e gli Yucatec Maya elaborano le informazioni su oggetti concreti. I parlanti inglesi prestano più attenzione al numero rispetto agli Yucatec, infatti tendono a indicizzare e classificare tramite la forma, mentre gli Yucatec tendono a classificare tramite il materiale di cui sono composti gli oggetti. L’inglese infatti ha dei marcatori di numero, mentre lo Yucatec ha dei classificatori che attraverso degli affissi marcano i nomi come membri di specifiche categorie (cfr. “Language Diversity and Thought“, 1992).

 

 

 

     Universalismo linguistico

 

Questa corrente di pensiero parte dal presupposto che il pensare umano si esplichi nello stesso modo in tutte le persone del mondo. Sebbene la differenza tra le lingue sia molto notevole esistono degli universali comuni a tutte le lingue del mondo. Filosofi come Pascal, Descartes, Arnault e Leibniz li hanno chiamati “idee semplici”, mentre i linguisti moderni li chiamano “universali semantici”.
Ne hanno individuati circa 60 e fungono da concetti universali, ovvero i mattoni base per comporre una miriade di significati complessi.

 

Primitivi semantici universali
Sostantivi IO, TU, QUALCUNO, GENTE, QUALCOSA, CORPO, PAROLA
Elementi determinanti QESTO, LO STESSO, ALTRO, UNO, DUE, ALCUNI, MOLTO, TUTTO
Verbi di esperienza SAPERE, PENSARE, VOLERE, SENTIRE, VEDERE, UDIRE
Azioni e processi DIRE, FARE, AVVENIRE, MUOVERE
Esistenza e possesso ESSERCI, AVERE
Vita e morte VIVERE, MORIRE
Valutazione e descrizione BUONO, CATTIVO, GRANDE, PICCOLO
Concetti spaziali DOVE, QUI, SOPRA, SOTTO, VICINO, LONTANO, DENTRO, LATO
Concetti temporali QUANDO, ORA, PRIMA, DOPO
Elementi relazionali TIPO DI, PARTE DI, MOLTO, PIU, COME
Elementi logici SE, PERCHE, NO, FORSE, POTERE

 

Bisogna però tenere presente che il discorso potrebbe apparire troppo semplicistico se ci si ferma a esplicare la complessità concreta che si realizza nelle lingue parlate. Infatti alcune volte un unico primitivo semantico può essere espresso da parole differenti come in italiano “altro” e “ancora” (dammi dell’altro o dammene ancora). Poi in alcune lingue gli equivalenti dei primitivi semantici potrebbero essere degli affissi o sintagmi fissi più che parole. Ancora poi dobbiamo fare attenzione che le parole hanno di solito più di un significato e solo uno equivale al primitivo semantico.

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