Nonostante siano state raccontate molte fantasie su questo argomento il linguaggio dei tamburi è una realtà. Inoltre, i suonatori di tamburo sono stati i primi a utilizzare il principio della ridondanza.

Ciò che si racconta sul linguaggio dei tamburi dell’Africa suscita, generalmente, o una approvazione incondizionata oppure un infondato scetticismo. Questo ultimo si spiega con le strane teorie per le quali il linguaggio dei tamburi ha una velocità di trasmissione maggiore di quella del suono, o con altre che dichiarano l’esistenza negli uomini a primitivi » di percezioni extrasensoriali, oramai atrofizzate nei popoli più civilizzati. Per poter spiegare il linguaggio dei tamburi non vi è certo bisogno di fare appello alla telepatia. Il suo meccanismo può venire definito prolisso, ma nessuno che abbia vissuto nell’Africa centrale può dubitare della sua esistenza. In molti villaggi del Congo la presenza di una o più capanne dove si tengono i tamburi, oppure l’uso di questo linguaggio per trasmettere i più comuni messaggi, bastano a eliminare ogni incredulità. Ricordo di avere visto un giorno due uomini che mi venivano incontro in una strada di un villaggio. Uno dei due balzò nella capanna ove era posto il tamburo e batté un rapido messaggio prima di raggiungere l’amico. Il villaggio era situato in una zona della quale non conoscevo il linguaggio dei tamburi, ed ero curioso di scoprire cosa quell’uomo avesse segnalato in cosi breve tempo, dico breve tempo perché in genere un messaggio non è più lungo di alcuni minuti. Egli mi disse che quella mattina aveva lasciato le sue sigarette a casa, distante all’incirca un chilometro. Sapendo che un amico intendeva raggiungerlo più tardi, lo aveva chiamato mediante il tamburo per pregarlo di portargli le sigarette. Messaggi non più importanti di questo possono essere uditi mattina e sera e spesso per tutto il giorno e per tutta la notte in molti villaggi della repubblica del Congo ed in altre regioni dell’Africa a sud del Sahara. di John F. Carrington Il significato del linguaggio dei tamburi — o, come più giustamente viene chiamato nel Congo, il linguaggio gong —è rimasto circondato di mistero in parte a causa della confusione creata dal linguista tedesco Cari Meinhof che è stato uno dei primi a interessarsi al problema. Ascoltando i suonatori di gong di una comunità del Camerun, egli cercò di fare un paragone fra le note suonate e la loro lingua parlata. Per esempio, per esprimere il concetto di « cane », i suonatori di gong trasmettevano un segnale di sei sillabe che foneticamente si traduce in un kuku totokulo. Nella lingua parlata, il vocabolo che vuol dire a cane », invece, era mbo. Meinhof concluse che a non vi è alcuna rassomiglianza fra i suoni battuti sul tamburo e il linguaggio parlato dalla gente », creando un ingannevole mistero che è alla base della confusione che perdura ancora oggi. Meinhof, tuttavia, non era stato intenzionalmente ingannato dai suoi informatori; per esprimere senza ambiguità un significato che viene chiaramente trasmesso in una sillaba del linguaggio parlato, possono occorrere sei o dieci o più sillabe del linguaggio gong. Fra i lokele, il gruppo linguistico dell’Alto Congo che mi è più familiare, la locuzione gong che significa «cane » ha 14 sillabe e la parola che esprime lo stesso concetto « cane » (ngwa) ne ha una sola. Tradotta, l’espressione gong ha il seguente significato: a cane gigante, piccolino che abbaia kpei kpei ». Certamente la parola a cane » appare nella frase gong, ma tutte le altre parole sono destinate a chiarire che ciò che si vuol esprimere è un cane e non qualcosa altro rappresentato da una parola di una sillaba in tono basso. Questa forma di linguaggio gong è dovuta al fenomeno della tonalità, elemento chiave di quasi tutti i linguaggi africani e praticamente assente dalle lingue europee. Facciamo un esempio in italiano. La frase a loro sono in casa », quando viene detta con uguale accento posto su ogni parola ha chiaramente un significato diverso da un interrogativo «loro sono in casa? » o da un enfatico a loro sono in casa! » Nel primo caso la voce di chi parla cala di tono durante la affermazione. Nel secondo, a casa » è detta in tono di voce più alto e nel terzo a in » è la parola accentuata. Nei linguaggi congolesi questo uso « semantico del tono » è evidente in ogni singola parola. Nella lingua lokele parlata, che è composta di 19 consonanti e di nove vocali, è possibile comporre solo 133 suoni sillabici distintamente diversi, il risultato di 19 per sette. Mediante, però, delle variazioni di tonalità, le parole formate da identiche sillabe possono essere diverse l’una dall’altra. Negli esempi seguenti le sillabe di tono acuto verranno indicate dalla lettera maiuscola e quelle di tono basso con la lettera minuscola. Prendiamo la parola che significa rame: bosongo. Le stesse tre sillabe significano anche « corrente del fiume» e pestello ». Le tre sillabe per rame, però, sono in tono basso, mentre « corrente del fiume » è bosoNGO e« pestello » è boSONGO. Cosí come longo significa « irritazione », LOngo è « collina » e loNGO vuole dire « cranio». Stranamente non esiste in lingua lokele la parola LONGO, la quarta possibile variazione di tono. Poiché abbiamo visto che in questa lingua ogni sillaba può venire detta sia in tono alto che in quello basso, vi sono quattro modi possibili per accentuare una parola di due sillabe, otto modi di accentuare una parola di tre sillabe, e cosí via. Lo straniero sprovveduto può facilmente incontrare delle difficoltà. Per esempio, liAla significa « fidanzata » mentre fiala vuole dire a deposito di rifiuti ». Colui che dice aSOoLAMBA bolli invece di aSOolaMBA boili ha annunciato di « avere messo a bollire sua suocera » invece di « stare a guardare la sponda del fiume ». Tenendo presente che nel linguaggio parlato esiste questa precisa distinzione fra le due tonalità, l’una alta e l’altra bassa, consideriamo ora il linguaggio dei tamburi e quello dei gong. Il tamburo è un membranofono; la membrana di pelle, che vibra quando viene percossa, è tesa su di un risonatore fatto di legno, terraglia o altro materiale. Lo strumento usato nell’alto Congo per mandare messaggi è composto interamente di legno e tutto lo strumento vibra quando viene percosso. Questo è quindi un idiofono, come i gong di metallo e le barrette di legno e di metallo dello xilofono e del glockenspiel. I gong in legno del Congo sono quasi sempre ricavati dal cuore del legno rosso di un albero d’alto fusto che secerne anche una sostanza polverosa che viene cosparsa sul corpo in occasione di determinate cerimonie. Il fabbricante di gong scava una apertura in un tronco rotondo di questo legno rosso e poi incava il tronco del tutto, facendo attenzione di asportare più legno da una parte della apertura che dall’altra. Ne risulta che quando un orlo della apertura viene percosso con un bastoncino ricoperto di gomma, il gong emette una nota bassa, e quando si percuote l’altro orlo, viene prodotta una nota più alta. Gli africani che usano i gong considerano il suono più basso come la voce del marito e quello più alto come la voce della moglie. Questo si riferisce, inoltre, al grado di intensità più che al tono stesso. Se il suono acuto di un gong ha maggiore portata di quello basso, sarà quello che arriva più lontano ad essere considerato il maschio. Il suono del gong può arrivare molto lontano. Se uno strumento di grandi proporzioni viene posto sulla sponda di un fiume, lo si può udire, nelle fresche e quiete ore della sera o del primo mattino, sin a otto o nove chilometri di distanza. I gong più piccoli si fanno sentire per tre o quattro chilometri. La forma più semplice di gong parlante è quella usata dai lokele che vivono vicino a Kisangani (ex Stanleyville), dove è conosciuto come boungu o bongungu. Consiste semplicemente in un cilindro di legno rosso incavato e aperto per tutta la sua lunghezza. I mongo del Congo centrale adoperano un gong simile a questo (che chiamano lokole), con la differenza che gli orli dell’apertura hanno delle piccole sporgenze regione del Katanga (chiamato mondo) ha delle sporgenze ancora più lunghe. La zona marginale sotto le sporgenze del mondo è cosí spessa che l’apertura sembra consistere di due cavità quadre unite da una stretta fessura. I gong in uso nella zona dei mayombe, vicino alla costa dell’Atlantico, sono simili; la loro parte esterna, tuttavia, non è di forma circolare a sezioni trasversali, ma quasi triangolare. Verso il nord gli azande ed i loro simili producono dei gong elaborati ai quali viene data la forma di un animale, come per esempio l’antilope, completa di testa, coda e quattro zampe; l’apertura segue la linea della spina dorsale dell’animale. Come possono parlare i gong? Il lettore, probabilmente, avrà già intuito un nesso fra gli alti e i bassi toni dei linguaggi congolesi e i due « toni di voce » dei gong, e può aver scoperto il motivo della necessità, da parte dei trasmettitori del Camerun, di usare sei sillabe tambureggiate per esprimere la parola di una sillaba che significa « cane». Il fatto è che i due toni del gong non vengono usati per trasmettere vocali e consonanti ma per imitare i toni di frasi comunemente usate. Ciascuna frase è riconosciuta dal trasmettitore e da chi la riceve come l’equivalente di una data parola del linguaggio parlato, come viene dimostrato dai seguenti esempi. In lingua lokele la parola per « banana » è likondo. L’equivalente frase nel linguaggio gong è likondo LlboTUmbela, che significa «un grappolo di banane sorrette ». La parola per «manioca » è lomata; la frase gong è lomata oTlkala KOndo, o «manioca lasciata su terreno incolto». Ugualmente, la parola per « in alto » è likolo e la frase gong è likolo koNDAUSE, o « in alto nel cielo ». «Leopardo» è ngoi ma viene trasmesso come ALONGA losambo, o « egli lacera il tetto », « capra » è MBUli e trasmesso diviene iMBUmbuli SHAoKENGE, cioè « piccola capra del villaggio », e « legna da ardere », toALA, è trasmessa come tokolokolo TW A toALA, o « piccoli pezzi di legna da ardere ». Dunque se il traismettitore mandasse semplicemente i toni delle prime tre parole sopra citate — likondo, lomata e likolo — ciascuna verrebbe rappresentata da tre identici colpi sulla parte « maschile » del gong e i suoni sarebbero inidentificabili l’uno dall’altro. Poiché invece ogni parola viene rappresentata da una lunga frase accentuata, l’intera melodia della frase è sufficiente a identificarla. Basta solo che colui che trasmette e colui che riceve abbiano in comune una certa quantità di frasi stereotipate. La ragione per cui le frasi sono spesso in forma gioviale o scherzosa è probabilmente quella di facilitare il ritenere a memoria questo vocabolario piuttosto ampio di frasi fatte. La forma gong per « cane » nel linguaggio lokele — « cane gigante, piccolino che abbaia kpei kpei » — è un diminutivo affettuoso dello stesso tipo di quello che in lingue europee trasforma Jack in Jackie e Giovanni in Giannino. Lo stesso dicasi per la forma gong di « capra » e di « legna da ardere » e, analizzandola, la forma gong di « manioca » (« ciò che rimane sul terreno incolto sono i pezzetti lasciati dopo che è avvenuto il grosso raccolto »). Dan Crawford, che lavorò nel Congo come missionario, ha descritto con affetto questo aspetto del gong mondo: «Non un noioso… rataplan ma un tamburo a cui
piacciono pure i pettegolezzi; un tamburo che può anche raccontare una barzelletta. Spesso… potete udire… uno scoppio di risa. [Gli ascoltatori] stanno ridendo per il piacevole senso di umorismo del sig. Mondo alla distanza di ieci chilometri ». Le frasi ci insegnano pure molte cose sulla cultura della gente che le ha inventate. La maniaca si conserverà nell’orto per un lungo tempo sino a che ve ne sarà bisogno. Poiché i grappoli di banane divengono pesanti è necessario sostenerli con delle bacchette affinché non pieghino il debole fusto della pianta e non marciscano al contatto del suolo. I leopardi sono pericolosi anche quando la stalla della capra ha delle porte resistenti; possono lacerare il tetto di paglia per arrivare alla loro preda. Il trasmettitore lokele da secoli sta facendo ciò che gli studiosi occidentali di mezzi di comunicazione hanno riconosciuto essenziale solo alcune decine di anni fa. Egli utilizza il principio della ridondanza. Nel 1928 Ralph V. L. Hartley dei Bell Telephone Laboratories, il quale stava studiando la intellegibilità delle comunicazioni per telefono, espresse il rapporto fra la quantità di informazione contenuta in un messaggio  (H) ed il numero dei segnali impiegati (N) sul totale disponibile (S) nella equazione H = N log2 S. Se usiamo l’equazione di Hartley per determinare quante sillabe lokele bisogna trasmettere, considerando che il numero totale delle sillabe disponibili nel linguaggio sono 266 (133 combinazioni vocale- -consonante in tono alto e 133 in tono basso), ci sembra chiaro che per ciascuna sillaba di una parola occorrono circa otto sillabe del linguaggio gong. Se il lettore esamina le frasi da me citate, si accorgerà che i trasmettitori lokele generalmente non hanno sbagliato di molto, anche se ogni tanto una frase può eccedere il rapporto di Hartley. I lokele, in ogni modo, raggiungono la richiesta ridondanza semplicemente ripetendo la stessa frase. A causa di questa ripetizione anche dei messaggi parlati relativamente brevi richiedono vari minuti per essere trasmessi. La necessità di costruire una frase gong molto più lunga della parola stessa si riflette nei nomi gong dati sia a individui che a villaggi. Per esempio, il villaggio di Yakusu, a circa 25 chilometri a ovest di Kisangani, ha il nome gong di afaKA kolaaLEtnbu, frase che probabilmente deriva dai nomi di due antichi abitanti del villaggio. Gli abitanti di Yaalufi, vicino al centro agricolo di Yangambi, si vantano a causa del loro nome. gong, di essere « gli anziani di Yaokanja » (nome geografico della regione centrale lokele); gli abitanti di Yatuka, che abitano all’incirca a 85 chilometri a nord di Yaalufi, sono fieri di usare il nome gong di « padroni del fiume ». Talvolta i nomi gong commemorano degli eventi storici. Per esempio, gli abitanti di Yatuka dimostrarono di essere i veri padroni del fiume in occasione di una sfida degli abitanti di un villaggio vicino, dislocato sulla stessa sponda del fiume. A quel tempo il nome gong del villaggio sfidante era « essi avevano il rimedio per combattere la sventura ». Dopo aver vinto la battaglia, gli abitanti di Yatuka costrinsero il villaggio sconfitto a spostarsi sulla sponda opposta, dove il suo appellativo cambiò in « lo spirito cattivo non ha amici o famiglia ». Quando vengono trasmessi nomi personali, l’intera versione può rispecchiare fedelmente il nome parlato, oppure può identificare l’individuo attraverso dei riferimenti ai suoi genitori, oppure ancora può essere del tutto immaginario. Un assistente medico da me conosciuto a Kisangani era orfano, e il suo nome era Lotika, che significa orfano in lingua lokele. Il suo nome gong spiegava in termini pittoreschi cosa sia un orfano: « il bambino non ha padre né madre, chiede il cibo in elemosina nella capanna della comunità ». Un altro giovane dello stesso villaggio aveva, invece, un nome puramente immaginario: « non ridete davanti alla pelle scura, perché ognuno ne ha una ». T ra la gente dell’alto Congo l’uomo che si sposa è del luogo. Tutti i bambini di una famiglia poligama hanno, quindi, Io stesso nome paterno. Madato che le madri raramente provengonodallo stesso villaggio, quando si vuole identificare un individuo attraverso riferimenti paterni e materni, si aggiungono al nome gong il prenome del padre e il nome del villaggio dal quale proviene la madre. Un altro assistente medico di mia conoscenza di Kisangani, John Litumanya, godeva di uno di questi imponenti nomi gong suddiviso in tre parti. « Spirito malvagio con lancia » era il suo nome gong. « Figlio del cobra sibilante » era il nome gong di suo padre e « del villaggio di Middle Yafolo » si riferiva al luogo di origine della madre. Litumanya aveva ereditato il suo nome gong dal nonno. I gong stessi possono avere dei nomi personali; colui che trasmette batterà il nome del gong all’inizio e alla fine del messaggio. Oggigiorno i villaggi del Congo stanno diminuendo perché la gente giovane si trasferisce in centri più grandi. Una conseguenza di questo fenomeno è che molti dei nomi dati ai gong hanno un sapore amaro. Il clan yamenawendua del villaggio Yaneomu ha dato questo appellativo al suo gong gli uccelli non rubano da una persona sprovvista di cibo ». I due grossi geo neg dei bakama di Bandio sono chiamati noi mangiamo gli ultimi bocconi di cibo » e « orecchie mie, non ascoltate ciò che dice la gente » (un invito ad essere stoici quando gli altri clan si prendono gioco del loro numero ridotto). Non tutti gli abitanti dei villaggi sono cosi amareggiati. Il nome del gong del clan yabita di Yalemba è « non si può tenere una zucca vuota sotto la superficie del fiume », e il gong dei yamongbanga di Bokondo dichiara la identificazione da parte del clan con un albero noto per la sua corteccia spinosa: a l’albero bolongo non viene battuto con la mano per paura delle sue spine ». Il clan bogula dello stesso villaggio chiama il suo « l’elefante maschio agita la sua proboscide ». Le frasi bitonali del linguaggio gong possono venire trasmesse anche da altri strumenti. Per esempio, i cacciatori portano con sé dei piccoli corni, generalmentefatti di corno di antilope, matalvolta anche di avorio. I corni hanno un foro all’estremità più stretta e un secondo foro su un lato, dal quale soffiail cacciatore. Coprendo oppure no il foro della estremità con la mano il cacciatore produce i necessari toni alti e bassi. La portata di questi corni è di un chilometro e mezzo o più. Anche la voce umana è adoperata per trasmettere delle frasi di due toni alla distanza di un chilometro e mezzo circa, particolarmente vicino ad un fiume nel fresco della sera quando il suono della voce ha una maggior portata. I pescatori lokele che stanno rientrando a casa annunciano il loro successo con grida molto prima di raggiungere il villag—gio. Invece di us_are n_elle loro grida i toni alti e bassi, li sostituiscono con le sillabe ki o li per il tono alto nel linguaggio gong e con ke o le per quello basso. I pescatori di Yalemba usano lo stesso metodo, ma cambiano in ko e go le sillabe a tono alto e in ku e gu per quelle a tono basso. Sebbene sia più giusto parlare, per la sola regione dell’alto Congo, di linguaggi gong piuttosto che di linguaggi di tamburi, strumenti ricoperti di pelle vengono spesso usati in molte altre parti dell’Africa per la trasmissione di messaggi. Gli ashanti, per esempio, usano a questo fine due tamburi: uno piccolo che riproduce le note alte e uno più grande per quelle basse; vengono chiamati marito e moglie ». Suonatori di tamburo spesso accompagnano nelle feste i capi ashanti, battendo parole di elogio su di un piccolo tamburo che tengono sotto il braccio. Il suonatore è capace di produrre due note sullo stesso tamburo perché il risonatore è a forma di clessidra. Aumentando o diminuendo la pressione del suo braccio sulle corde tese che vanno da un capo all’altro del tamburo egli può tendere o allentare la membrana e quindi alterare il tono dello strumento. Iracconti quasi incredibili delle grandi distanze percorse dai messaggi trovano una spiegazione nella prontezza con la quale coloro che trasmettono sono in grado di ricevere e di trasmettere l’un l’altro le notizie importanti. Come Henry Morton Stanley dichiara nel suo diario, il suo passaggio lungo il Congo era annunciato dai tamburi lokele. t certo che i messaggi importanti oggi viaggiano nella stessa maniera da un villaggio all’altro. Tuttavia, quando un messaggio arriva ad un confine oltre il auale inizia un’altra linqua non può più viaggiare se non viene tradotto. Questo non è poi cosí grave come si immagina. Molte famiglie che vivono in villaggi di confine hanno donne che provengono da tribù vicine, cosicché i loro figli crescono parlando sia la lingua del padre che quella della madre. Ne risulta che generalmente vi sono molte persone bilingui in grado di trasmettere i messaggi tradotti. In aggiunta ai tamburi di pelle, ai corni e alla nuda voce, qualche volta vengono usati gli zufoli. I bambini sovente si costruiscono da sé gli zufoli e trasmettono parole di elogio davanti alla casa di qualche personaggio importante, aspettandosi poi una ricompensa. Il fischiare con la bocca serve a trasmettere segretamente dei messaggi all’apparire di uno straniero. Coloro che hanno viaggiato in Africa avranno osservato che arrivando in un villaggio all’apparenza deserto hanno udito dei fischi provenire dalle case vuote o dalla vicina foresta. Lo straniero viene attentamente descritto alla comunità da gente che osserva il suo passaggio attraverso il territorio. Una volta non vi erano segreti sul linguaggio gong; anzi era un fenomeno pubblico alla portata di tutti. Era una parte cosí integrale della cultura tribale che quando chiesi delle informazioni in materia a trasmettitori lokele, questi credevano che anche noi europei avessimo simili strumenti. La sola volta che incontrai qualche difficoltà fu quando chiesi a un pescatore lokele il suo nome gong. Egli rispose che me lo avrebbe detto se io avessi rivelato il mio. Quando gli dissi che non avevo un nome gong, mi rispose che ero un bugiardo. Convinto che io mi rifiutassi di passargli l’informazione, non mi disse mai il suo nome. Oggigiorno, a causa degli spostamenti della popolazione, sempre meno sono giovani africani che sono pratici di questo linguaggio. In un tipico villaggio dell’alto Congo i gong parlano ogni mattina e ogni sera, mentre nella città di Kisangani i gong sono molto rari e non si sentono quasi mai. Uno dei pochi trasmettitori di Kisangani, il cui piccolo gong talvolta si può sentire attraverso la città, mi ha confessato con dispiacere di non ricordarsi più tutte le frasi che suo padre conosceva e trasmetteva. Ho il sospetto che sia arrivato il momento in cui linguisti e etnologi interessati al problema debbano iniziare a registrare questi eccezionali linguaggi prima che essi spariscano per sempre.

Le Scienze 1972 marzo n. 43 I tamburi parlanti dell’Africa di John. F Carrington

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